UNA DAMA CON QUESTI SCONOSCIUTI

Bologna è una città che in parte ci appartiene, a cui siamo legati, inevitabilmente, se non fosse altro perché tutti pensavamo che saremmo andati a studiare lì, a vivere lì. E la mia vita ora è costruita sugli incontri con altre persone: riunioni, consigli, incontri informali, parole spesso inutili e senza senso, discussioni e, talvolta, piacevoli chiacchierate sui massimi sistemi. Vivere da studente a Bologna o in Romagna – non facciamo neanche finta di negarlo – è diverso. E va bene che un po’ ci sono, rispettivamente, manie di superiorità e complessi di inferiorità, ma politicamente, geograficamente, mediaticamente, Bologna arriva prima.

Bologna, tarda mattinata, in hangover, domenica di settembre, quel sole dalla luce fastidiosa, musica da svariati punti del centro cittadino, tre o quatto postazioni per giocare a dama con il primo sconosciuto che passa. E mi sono soffermato su questa immagine, più del dovuto, ancora ora: due individui, pieni di storia e di racconti, si ritrovano uno di fronte all’altro, non per parlarsi, ma per sfidarsi, per conquistare l’altro lato della scacchiera, per ridurre in un angolo il proprio avversario, sconfiggerlo e vincere. E, purtroppo, anche i rapporti tra diverse realtà associative universitarie è così. Si passano pomeriggi a trattare, ad avanzare col rischio di essere “mangiati”. Di fronte a me persone di cui so poco, o nulla. Di fronte a me, studenti come me, di Forlì, di Bologna, con cui ho in comune…non lo so cosa abbiamo in comune. A volte si riesce a evadere dalla scacchiera, si parla di calcio, di donne, si finge di poter essere amici. Ma quando si torna nel gioco, nella nostra dama, la tensione c’è, bisogna guardarsi le spalle, perché forse l’avversario di turno ha già la sua dama, ha già un pezzo più forte e potente del tuo. Ma è una partita, si può recuperare, si può scappare per un po’, aggirare l’avversario, attendere e inventarsi nuove strategie. Ed è uno schifo. Mettersi a un tavolo e parlare delle proprie idee, non funziona e, forse, non funzionerà mai. Ci sarà sempre una scacchiera sotto di noi e delle caselle da occupare. Sono disilluso, rimango nel gioco, cerco di non essere “mangiato”, a volte attacco. Ma credo che oltre la nostra piccola scacchiera, anche un po’ vetusta, rimanga ben poco, ci sono altri tavoli da gioco, più grandi, più importanti, più antichi. Tristemente, anche loro rimangono comunque lì, non riescono a portare fuori dalla scacchiera le loro idee. Anche perché sono spesso idee che si sfidano tra loro. La ricerca dell’equilibrio, del punto centrale in comune, è assente. È tutto un lungo, interminabile e insensato tentativo di vincere. E quando si vince, qualcun altro perde. Ma anche la vittoria, quasi sempre, è fine a sé stessa, perché comincerà presto una nuova partita, una nuova sfida, forse equilibrata, forse rapida e indolore, forse inconsapevole. Un susseguirsi di partite a dama, con una luce terribilmente fastidiosa, con il ricordo del gin tonic e il desiderio, imperante, di andarsene. Ma non si può abbandonare la partita. Chi se ne va perde. E a nessuno piace perdere.

Danilo Buonora

pubblicato sul Follemente - il giornale ufficiale dell'associazione studentesca Analysis, anno 10 n°2, ottobre 2014
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