La complessità dell’autostima

una-vita-perfetta-L-H3-2CQL’autostima è un concetto complicato da definire. Entrano in gioco molte variabili: la considerazione di sè, il senso di autoefficacia, i giudizi altrui, la capacità di gestire le critiche e di accogliere i complimenti, la definizione della propria personalità. Può essere sintetizzata come la valutazione di sè, il modo di vedersi, di considerare i propri difetti e i propri pregi, però, come è giusto ribadire, è frutto di un’incidenza complessa di molti fattori.
Nei manuali classici di psicologia – almeno quei due che ho io in casa – non esiste il capitolo sull’autostima, proprio perché è un aspetto trasversale che trova inferenze in categorie più definite, come la personalità, le relazioni sociali, la costruzione dell’identità, l’attaccamento.

Non credere alle ricette magiche

Il termine autostima, probabilmente, è anche abusato e sventrato della sua complessità, soprattutto in molti articoli sul web “acchiappaclick” e anche in alcuni libri più rivolti al mero profitto che a una presentazione approfondita del concetto. Tutti abbiamo momenti di insicurezza, momenti in cui non ci sentiamo adeguati o non ci sentiamo capaci di superare le difficoltà, tuttavia questo non vuol dire che esistono “5 cose da fare per migliorare l’autostima” o “10 azioni per migliorare sè stessi“. I cambiamenti in alcuni atteggiamenti possono portare maggiore benessere psicofisico, ma l’autostima si governa a livello profondo, dalle radici della nostra personalità e della nostra identità.

L’autostima: alcune informazioni in più

È quasi facile dire qual è il modo sbagliato di approcciarsi all’autostima, cioè quello della semplificazione massima e riduttiva. Proviamo a capire meglio, allora, cos’è l’autostima. Innanzitutto, si può fare una distinzione tra autostima globale (il pensiero generale che abbiamo di noi) e autostima specifica (cosa pensiamo di noi in ruoli specifici). Ogni autostima specifica può avere un peso diverso sull’autostima globale, in relazione all’importanza che diamo ai vari ruoli: in alcuni momenti sarà più importante avere un’alta autostima al lavoro, in altri come genitore o partner.
L’autostima, inoltre, è dinamica e fluida, può essere alta in determinati giorni o situazioni e bassa in altri e può cambiare velocemente in base ai feedback interni (quelli che diamo a noi stessi) o esterni (quelli delle altre persone). Sembra sempre che l’autostima debba essere molto alta. In realtà, avere un livello troppo alto di autostima è una caratteristica dei narcisisti (ricordate il mito di Narciso?): essi possono anche sembrare attraenti, ma hanno un’autostima molto fragile, mentre porta più stabilità avere un’autostima equilibrata. Una bassa autostima porta una grande resistenza ai feedback positivi, anzi, in alcuni casi, un complimento può addirittura suscitare reazioni negative. La maggior parte della responsabilità in una bassa autostima è di noi stessi, che diventiamo troppo critici nei nostri confronti.

L’importanza del lavoro nell’autostima

Un tema molto importante di questi anni (e certamente di quelli a venire) è il lavoro. Il sistema capitalistico e liberista ha creato la situazione attuale che, soprattutto per la mia generazione, è caratterizzata da carriere non lineari, frammentate, fatte di contratti brevi e atipici e molti cambiamenti nel percorso professionale. Perdere il lavoro in questa epoca per alcune persone può voler dire stare fermi anche mesi, se non anni. Il sistema economico ci “costringe” a costruirci da soli la carriera e a inseguire, allo stesso tempo, il successo sociale e professionale. Essere senza lavoro può portare le persone a una caduta libera dell’autostima, oltre che a un aumento dell’ansia. Nell’articolo de Il Fatto Quotidiano si parla di un’azione promossa a Bologna, PAD (Progetto Assistenza Disoccupazione), in cui un team di psicologi e antropologi hanno fornito assistenza a persona disoccupate da molto tempo, indagando anche lo stato psicoemotivo degli intervistati. Oltre all’interesse per l’iniziativa, sono andato a leggere alcuni commenti e, purtroppo, mi hanno solo portato sconforto. In molti commenti che ho potuto leggere, gli utenti chiamano “fesseria” il supporto psicologico o definiscono l’iniziativa un modo per “far arrotondare lo stipendio agli psicologi”. Capisco a pieno la frustrazione e sicuramente non è solo con uno sportello di ascolto che si risolvono i problemi di un intero sistema. Gli psicologi, tuttavia, possono solo aiutare a gestire una situazione critica, a tutti i livelli, dalla ricerca attiva del lavoro alla gestione delle transizioni, dall’avvicinamento alla pensione alla ricerca di percorsi formativi, dalla gestione dello stress alla terapia. Gli psicologi, in altre parole, sono di supporto per acquistare o riacquistare tante qualità che aiutano nella ricerca e nel mantenimento del lavoro.

L’autostima e il fallimento

Uno psicologo con cui ho avuto il piacere immenso di collaborare, diceva sempre che non esistono insuccessi, esistono solo feedback dal mondo esterno o, in maniera un po’ più colorita, se hai dato una testata a un muro forse è ora di girarsi e cambiare strada. Questo potrebbe essere un modo in cui chi ha un’alta autostima considera un fallimento. Riguardo a questo aspetto dell’autostima, ho trovato molto interessante il racconto di un’insegnante.

Sopra ogni altra cosa, le abbiamo insegnato a temere di sbagliare: il
fallimento. Quel timore è ciò che ha distrutto il suo amore per
l’apprendimento.
estratto dal libro The Gift of Failure (2015), della giornalista e insegnante statunitense Jessica Lahey. Traduzione a cura di Guglielmo Latini 

Questo estratto indica, in un modo splendidamente sintetico, come la ricerca del successo accademico, scolastico, professionale, porti ad avere una paura fottuta del fallimento, che ci lascia stagnare nella nostra zona di comfort, senza avventurarci in nuove strade, in nuovi fogli bianchi da colorare, con il rischio di sbagliare. Però, è proprio questo rischio, questo usare nuovi colori e nuove forme che ci fa crescere, che ci fa diventare davvero noi stessi.

Un altro suggerimento che mi sento di dare riguardo al tema “evviva il fallimento” è l’appena pubblicato “Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione“, praticamente il libro del discorso ad Harvard di J.K. Rowling e sappiamo tutti dove è arrivata l’autrice di Harry Potter, quindi ascoltarla o leggerla può solo fare bene.

Ecco, il modo migliore per salutarsi è sempre una canzone.

With love,

Danilo

 

 

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