Le buone azioni dentro e fuori di noi

Oggi ero a pranzo in una piadineria. Si avvicina un ragazzo, più o meno della mia età, che vendeva fazzoletti, ombrelli, accendini e altre piccole cose. Mi chiede di comprare qualcosa o di avere qualche spicciolo. Gli propongo di comprargli qualcosa da mangiare o da bere, che facciamo prima. E lui, contrariamente ad altri episodi simili, accetta subito e dice:”è anche ora di pranzo” e c’ha pure ragione. Dopo una chiacchierata sulle nuvole, più che altro sul termine nuvole e sul modo di imparare l’italiano, me ne vado e gli auguro una buona vita e lo lascio lì in attesa della sua piadina.

Mentre tornavo verso casa ho pensato “beh, ora dico ai miei amici che ho fatto una buona azione e che merito il Paradiso, nonostante tutto”. Ovviamente, il dirlo ai miei amici significava scrivere qualcosa su qualche gruppo di Telegram. Poi, ripensandoci un attimo, ho deciso di non farlo, di tenere quella buona azione per me. E il punto è proprio qui: una buona azione è più efficace se condivisa e raccontata? O è molto più importante interiorizzare tutto, tenersela per sé e continuare a sperare nel Paradiso? Ormai, la condivisione di momenti della nostra quotidianità è molto frequente, anche se devo ammettere che un’azione gentile non viene mai raccontata, se non per andare contro i soliti post razzisti sugli immigrati, ma sempre con toni da clickbaiting (“immigrato salva famiglia cattolica da caduta agli Inferi: incredibile”). Si racconta solo ciò che può far ridere o incazzare, dando tanta o troppa importanza alle reazioni social e non al contenuto. Tutti siamo diventati dei narratori, ma con un contesto comunicativo e sociale totalmente stravolto. Sto generalizzando parecchio, lo ammetto, ma spesso percepisco proprio la mancanza di approfondimento, sia in chi scrive sia in chi legge. Si legge un titolo, forse le prime righe, si scrive un titolo sensazionalistico, facendo attenzione a catturare l’attenzione con le prime 6 parole, per concludere poi in un nulla di fatto. Eppure, ci vuole tempo per elaborare ciò che ci succede e ciò che succede oltre di noi. Ed è quello che provo a fare qui. Scrivere ciò che mi è successo è un modo per rielaborare le mie azioni: mi sto prendendo del tempo per me, con della musica, da solo. Ed è bellissimo.

Non c’è una risposta definitiva. Ovviamente raccontare, condividere in modo così immediato è fantastico e, probabilmente, anche le buone azioni andrebbero raccontate, ma anche interiorizzate, ripensate, cercando di dare un senso anche il semplice gesto.

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