Università di Bologna: siamo davvero tutti uguali?

Gioie e dolori, differenze, disparità e uguaglianze per gli studenti delle 5 sedi dell’UniBo: cosa vuol dire multicampus

L’Università di Bologna, la nostra Alma Mater, come è chiaro a noi studenti cesenati e romagnoli – i bolognesi sembrano dimenticarselo a volte –  è organizzata su più sedi: Bologna, Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini. Anche altre università italiane sono dislocate in più città e non sono concentrate tutte nello stesso luogo, ma la struttura del nostro ateneo è particolare, anzi, unica in Italia. I campus hanno una loro identità, hanno un’indipendenza e hanno la possibilità di sviluppare alcune iniziative autonomamente. È proprio questa l’unicità: avere più sedi, ma non distaccate e secondarie, bensì parzialmente autonome.

Procediamo con ordine. Nel 1989 si cominciano ad aprire i primi corsi di laurea in Romagna e si avvia un progetto di decentramento. Nel 2000  le sedi romagnole ottengono particolari forme di autonomia e si formano i poli scientifici-didattici. Ogni singolo polo assumeva, quindi, un ruolo di coordinamento per la formazione e la ricerca nel territorio, portando avanti sia gli interessi dell’Ateneo, sia gli interessi delle amministrazioni locali, con l’obiettivo di trovare una sinergia tra le caratteristiche socio-economiche delle città e i percorsi di studio e ricerca. L’ambizione è molto grande: introdurre in città medio-piccole un nuovo concetto di università con vocazione territoriale. Non dimentichiamoci che l’Alma Mater è a Bologna dal 1088 e le città romagnole non sono abituate a ospitare studenti, docenti, ricercatori e tutto ciò che comporta la presenza di migliaia di persone legate all’università. Nel 2012 viene promulgato il nuovo statuto in seguito alla riforma Gelmini: in questo momento, i poli sono trasformati in campus (l’attuale denominazione) e alcune cose cambiano. Ad esempio, meno fondi che le sedi romagnole possono gestire direttamente, minore autonomia gestionale su alcune attività, più accentramento su Bologna per tante funzioni. Non è solo la riforma Gelmini ad avere portato a questi cambiamenti, ma anche la costruzione del nuovo statuto è stata fallace in alcuni punti, creando confusione per quanto riguarda l’organizzazione multicampus e un depotenziamento di quelli che una volta erano veri e propri poli universitari.

Oltre agli aspetti organizzativi, c’è la quotidianità degli studenti. Cosa significa far parte dell’Università di Bologna, ma studiare e vivere a Cesena, Rimini, Forlì o Ravenna?

Il capoluogo emiliano è la città universitaria per eccellenza, è un centro che vive in funzione dell’università e degli universitari. Nonostante alcune strategie politiche a dir poco disfunzionali, Bologna è vivibilissima per una comunità di circa 60’000 studenti: per la sua bellezza, per il suo fascino di città storica ma volta al futuro e ai giovani, si passa anche oltre ad alcune carenze strutturali (aule piccole, ambienti consumati dal tempo…). Ci sono luoghi che sono diventati mitologici nella cultura universitaria come piazza Verdi, via Zamboni, il giardino di San Leonardo e tanti altri. Le sedi romagnole, d’altra parte, non hanno (ancora) nulla di leggendario, l’università è qui solo da 25 anni e finché non ci sarà una vera e propria cultura universitaria non ci potrà essere un reale senso di appartenenza. C’è un complesso di inferiorità negli studenti “romagnoli”, vero, ma non è poi così infondato, e c’è un atteggiamento di superiorità negli studenti (ma anche docenti) “bolognesi”, ma è anche giustificato. Insegnare o far parte di un’associazione studentesca a Bologna  ha un peso politico maggiore, nelle stanze dei bottoni dove si decide il presente e il futuro della nostra Università i campus romagnoli sono ancora considerati una “seconda scelta”, anche se non si tratta di scelta. Forse si sperava in un interventismo maggiore degli enti territoriali, forse si pensava che tante cose potessero accadere per magia.

Ma finché non ci saranno mense con costi uguali per tutti, finché per spostarmi nella mia università dovrò pagare, finché alcuni docenti faranno ricevimento solo a Bologna, finché per avere davvero la possibilità di incidere politicamente si dovrà stare a Bologna, no, non sarà un’università accessibile a tutti.

Sogno l’Università di Bologna, dove i treni che portano da Rimini a Bologna siano gratuiti, dove le mense siano davvero universitarie – nei costi, negli orari, nel servizio, uguali per tutti – dove è tutta un’intera Alma Mater Studiorum, non solo a Bologna. Voglio respirare aria da università millenaria anche a Rimini, Forlì, Ravenna, Cesena, ma deve essere un’atmosfera voluta da tutti: docenti, tecnici, studenti. Si è deciso di fare questo investimento in Romagna e non si può più tornare indietro, perciò bisogna valorizzare la scelta, cogliere il massimo dalle città, trovare una dimensione effettiva per l’università nel tessuto socioeconomico e, ancora più importante, accogliere gli studenti con favore, perché si può fare meglio e di più. Il primo passo è rendere tutte le sedi uguali nei servizi e nella mentalità.

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